Materia
prima: latte di due mungiture, di cui una scremata
per affioramento o centrifugazione. Alimentazione: erba
verde e mangimi in primavera-estate; insilati, fieno
e mangimi in autunno-inverno.
Tecnologia di lavorazione:
si porta il latte crudo a 32-35 gradi, aggiungendovi
siero-innesto più caglio liquido. Dopo la coagulazione
e la rottura della cagliata (a dimensione di chicco
di mais) si aggiunge dello zafferano e si cuoce in due
fasi: prima a 45 gradi, si spurga e poi si riscalda
fino a 55 gradi. Dopo queste operazioni, la massa viene
estratta con tele, previa eliminazione di gran parte
del siero, e messa in mastelli di legno a spurgare per
trenta minuti. Si deposita poi nelle fascere e si sottopone
a pressione per 8-10 ore. La salatura si effettua a
secco, ad intervalli di due giorni per 15 giorni, oppure
in salamoia per 30-40 (tipo lombardo) o 15-20 giorni
(tipo emiliano). Matura in circa 60 giorni, durante
i quali le forme vengono periodicamente unte con olio
di lino. Resa 7%. Additivi: formaldeide, nei limiti
consentiti dalla legge.
Stagionatura:
da 12 mesi fino a tre anni. Resa 6%.
Caratteristiche
del prodotto finito: altezza: cm 16-20; diametro:
cm 40-45; peso: Kg 35-40; forma: cilindrica; crosta:
dura, spessa, di colore giallo scuro; pasta: granulosa,
a volte umida e attaccaticcia, di colore giallo chiaro.
Area di produzione:
Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, nelle provincie
definite dal Decreto 30.10.1955 numero 1269.
Calendario di produzione:
tutto l'anno, nelle sorti maggengo (primavera-estate)
e invernengo (autunno-inverno).
Note: il
Consorzio di tutela nasce il 18.6.1954. Da testimonianze
del XIV secolo si deduce che la tecnica migliore per
produrre il grana fosse appannaggio di Piacenza e dei
piacentini. Benvenuto da Imola annotava che gli esperti
mercanti, durante i loro lunghi viaggi per mare, si
rifornivano di grana piacentino perché "più
serbevole e resistente a tutte le malattie". Il
primo documento che parla di questo formaggio risale
al 1184, mentre le prime fabbriche di formaggio detto
"di grana" si localizzarono all'epoca del
XII secolo nel quadrilatero compreso tra il Po, il Ticino,
l'Adda e la latitudine di Milano. Dai ritagli delle
forme del grana si ottiene il cosiddetto "tosello",
che consiste in fettuccine quasi gommose, di colore
grigio paglierino tenue, dal gusto leggermente salato.
I caseifici lo regalano, in quanto non ha mercato. Si
consumava un tempo come "complimento" ammorbidito
sulle fette di polenta abbrustolite sulle braci. Altro
sottoprodotto del Grana è il "balon",
ossia formaggio grana mal riuscito, con sapore molto
piccante provocato da particolari alterazioni fermentative.
La maggior parte dei "balon" viene rilavorata
per ottenere vari formaggi molli industriali o formaggi
fusi. Va citato infine il "formaggio nisso",
costituito da Grana o formaggelle di montagna andate
a male. In alcuni casi si accelerava il processo di
fermentazione lasciandolo al sole spalmato di olio.
E' ricercato dai bevitori ed ha un gusto molto piccante.
Nel Cremonese viene chiamato "tara", ma è
conosciuto, prodotto e consumato soprattutto in Emilia,
nel Piacentino, in una quantità stimata di circa
50 quintali annui.
|